Archivio per la categoria ‘Annus mirabilis’

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What comes after your Magister Artis

29/04/2011

One Art

The art of losing isn’t hard to master;
so many things seem filled with the intent
to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster
of lost door keys, the hour badly spent.
The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:
places, and names, and where it was you meant
to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or
next-to-last, of three loved houses went.
The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,
some realms I owned, two rivers, a continent.
I miss them, but it wasn’t a disaster.

–Even losing you (the joking voice, a gesture
I love) I shan’t have lied. It’s evident
the art of losing’s not too hard to master
though it may look like (Write it!) like disaster.

(Elizabeth Bishop)

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Muoviti cambia la vita.

11/11/2010

Poi mentre gli altri bevevano il caffè e sbadigliavano, suonai il flauto. Eseguii la sonata di Bach non peggio del solito, forse con un po’ più di scioltezza perché ero ubriaco, ma la mia mente era ostile alla musica. Perché ero stanco di quella musica e di me che la suonavo. Mentre le note si trasferivano dalla pagina alla punta delle dita, pensavo, ma sto ancora suonando questa roba? Sentivo ancora l’eco delle nostre voci concitate, vedevo la pistola nera nella mano aperta di George, l’attore emerse nuovamente dal buio per prendere ancora il microfono, vidi me stesso molti mesi prima che partivo da Buffalo per San Francisco con una vettura da consegnare, e le mie urla di gioia erano più forti del ruggito del vento che arrivava dai finestrini aperti, sono io, arrivo, eccomi… dov’era la musica per tutto questo? Perché non la cercavo nemmeno? Perché continuavo a fare quello che non sapevo fare, una musica di un altro tempo e di un’altra civiltà, la cui sicurezza e perfezione erano per me una posa, una menzogna, tanto quanto un tempo, o magari anche adesso, erano una verità per altri. Cosa dovevo cercare? (macinai il secondo movimento come una pianola meccanica). Qualcosa di libero e difficile. Pensai alle storie che raccontava Terence, al suo gioco con la pistola, agli esperimenti di Mary su se stessa, a me che in un attimo di vuoto tamburellavo sul dorso di un libro, la grande città frammentaria priva di un centro, priva di cittadini, una città che esisteva solo nella mente, un legame di mutamento o ristagno nelle vite individuali. Immagine e idea si scontravano nella mia ubriachezza e cadevano una sull’altra, la dissonanza piombava su una battuta dopo l’altra di quella implicita armonia e inesorabile logica.
Per l’attimo di un movimento alzai gli occhi dalla musica e guardai i miei amici stravaccati per terra. Poi la loro immagine brillò ancora un istante davanti a me sovrapposta al foglio di musica. Era possibile, addirittura probabile, che noi quattro non ci saremmo mai più rivisti, e rispetto a questa ovvia fugacità la mia musica era priva di senso con tutta la sua razionalità, insignificante con tutta la sua determinazione. Lasciala agli altri, ai professionisti che riescono a evocare i giorni perduti della sua verità. Per me non era nulla, adesso che sapevo cosa volevo. Questa aristocratica evasione... parole crociate con lo schema già riempito, non potevo suonarla più.
Mi interruppi durante l’Adagio e guardai gli altri.

(Ian McEwan, Psicopoli, in Fra le lenzuola)

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Invecchiando. (Antico frammento epistolare)

30/05/2010

[...]

Magari prima era molto più premuroso e complessato. Amava una persona molto diversa, molto migliore, molto più profonda. Molto più problematica. Anni belli ma difficili, e se finisce? La prospettiva di tempi grami e duri.
Magari da allora ha creduto che quello di cui aveva bisogno era imparare a rilassarsi, imparare nelle nuove sue storie a prendere i problemi con più leggerezza (o forse secondo la massima della vita di coppia: “non farti troppi problemi”, che si legge “non farMI” troppi problemi). E a questo scopo c’è modo e modo, e alcuni non ci possono piacere, ma d’altronde.
Magari questa nuova donna, di cui pure mi hai riportato cattiverie dolorose, lo fa stare bene in modo equilibrato. Imparano qualcosa insieme.
[...]

La vita corretta, la vita onesta, non ha una sua evidenza o luminescenza particolare, così da essere intuitivamente riconoscibile. E altrettanto l’errore. A un giovane che conosco si è presentata molte volte l’apparente soluzione, la prospettiva, di imparare la libertà (e anzi la liberazione dalle troppe cure) attraverso una deresponsabilizzazione.
Un pensiero pessimo. Ma possibile.

[febbraio 2009]

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Volersi bene, ma

17/04/2010

“E dopo il litigio, vi siete risentiti?”

Nel mio mondo ideale, risponderebbe che si sono risentiti, per riparlarne, e magari alla fine riconciliati. Invece, puntualmente, mi risponde che lo sono ancora tantissimo… risentiti.
Maledizione! Si risentono, capricciosi, narcisisti, e non vogliono saperne di guardare (e sentire) un po’ più oltre del proprio emotivo petto di bambini. Insistono a prenderla sul personale.
Certe volte, con gli amici, sembra che l’unico approccio possibile sia quello di Michele Apicella di «Bianca». Nell’attesa di trovare il coraggio, offrirò sempre un perfetto punto d’inciampo quando domanderò “ma vi siete risentiti?”.

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Degli spigoli, e di altre singolarità

05/04/2010

Ella faceva tutto a modo suo, ed è questa la più semplice descrizione di un carattere che, sebbene non certo privo di slanci generosi, riusciva di rado a dare un’impressione di gentilezza. La signora Touchett poteva fare spesso del bene, ma non si rendeva gradita mai. Quel suo modo d’agire cui era tanto attaccata, non era offensivo in sé: era soltanto indiscutibilmente diverso da quello degli altri. La linea della sua condotta era tanto tagliente che per le persone suscettibili aveva talvolta l’effetto della lama di un coltello.

(Henry James, Ritratto di signora, III)

Mi sembra di essere troppo mite, troppo riguardoso verso la gente, e dovunque vivo per qualche tempo vengo talmente assediato da persone che vogliono da me qualcosa, da non riuscire poi più a difendermi… Non vi è nulla che irriti tanto la gente come il far sentire che si tratta se stessi con un rigore superiore alle loro forze.

(Friedrich Nietzsche, Lettera a Franz Overbeck, aprile 1887)

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Rivelazioni rivoluzioni

24/02/2010

Lo guardò in maniera molto strana: Sai, George? Hai proprio preso l’abitudine di amare. Tu vuoi qualcosa da tenere fra le braccia, ecco tutto. Che cosa fai quando sei solo? Ti stringi a un cuscino? Quella frase, l’abitudine di amare, causò una rivoluzione in George, era ferito nel profondo del cuore.

(Doris Lessing, L’abitudine di amare)

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Fatto/valore, fare/valere

20/02/2010

For the Platonic spirit [...] the aim is ultimate truth or rationality, and the powers that could lead us to it merely need to be protected from interference by persuasion. The present picture is rather of a world where everything is, if you like, persuasion, and the aim is to encourage some forms of it rather than others. [...]
It is not, as is often suggested by those of a Platonic disposition, a picture that is a product of despair, a mere second-best for a world in which the criteria of true objectivity and ethical truth-seeking have proved hard to find. To recognise how we are placed in this respect is, if anything, an affirmation of strength. To suppose that the values of truthfulness, reasonableness, and other such things that we prize or suppose ourselves to prize, are simply revealed to us or given to us by our nature, is not only a philosophical superstition, but a kind of weakness. If that is the best we can say for them, we probably don’t deserve them anyway.

(Bernard Williams, Saint-Just’s Illusion)

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Will to believe

31/01/2010

Siamo tutti religiosi

Vedi, my friend, noi diciamo di non avere fede, di non credere in niente, di essere atei. Putroppo non è vero. Certo non crediamo in Dio, in quel caso siamo rigorosi e fermi, non ci lasciamo trasportare dalle illusioni. Ma poi?

Poi viviamo, c’innamoriamo, speriamo. E a un certo punto del gioco capiamo che non c’è più niente da fare, che finirà in cenere e nostalgia, che la partita è truccata, il risultato segnato, che stanno barando sotto i nostri occhi. Eppure andiamo avanti, camminiamo verso il precipizio fingendo di fare jogging con l’iPod a tutto volume. Abbiamo una coppia di tris ma andiamo a vedere pensando che magari l’altro bluffava, ma sappiamo che no, ci siamo anche accorti di quando toglieva la carta dalla manica.

Ma come potremmo vivere senza questa illusione a cui diamo tutti i nomi più belli del dizionario, che cosa ci resterebbe: il sesso con le sconosciute, un’intervista a Cossiga, lo scudetto alla Sampdoria? No. Crediamo, sennò non ci sarebbe nemmeno l’aldiqua, sennò tutto quello che sappiamo sarebbe vero e dobbiamo illuderci di sbagliare, di aver esagerato, equivocato. Poi tutto succede esattamente come doveva: non c’è la vita eterna e anche questa sta dentro una parentesi sgualcita. Ce ne vuole di fede. Siamo mistici, altroché.

(Gabriele Romagnoli, Navi in bottiglia, 23 novembre 2009)

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À la recherche

22/01/2010

Non la verità nel cui possesso un qualunque individuo è o crede di essere, bensì lo sforzo sincero ch’egli ha impiegato per acquisirla costituisce il valore dell’uomo. Il possesso rende placidi, pigri, superbi.
Se Dio nella sua mano destra tenesse racchiusa ogni verità, e nella sinistra unicamente la sempre viva tensione verso la verità, pur con l’aggiunta ch’io sempre ed eternamente errerò, e se egli mi dicesse: scegli!, – allora con umiltà gli afferrerei la sinistra e direi: Padre, dammi! la verità pura è comunque riservata soltanto a te.

(G. E. Lessing, Una controreplica, 1778)

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ὁ ἀπορῶν

18/01/2010

L’odio per la falsità non basta a fare un ricercatore.
Ma ormai, a 25 anni, chi me lo può più instillare, l’amore per la verità?

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