Poi mentre gli altri bevevano il caffè e sbadigliavano, suonai il flauto. Eseguii la sonata di Bach non peggio del solito, forse con un po’ più di scioltezza perché ero ubriaco, ma la mia mente era ostile alla musica. Perché ero stanco di quella musica e di me che la suonavo. Mentre le note si trasferivano dalla pagina alla punta delle dita, pensavo, ma sto ancora suonando questa roba? Sentivo ancora l’eco delle nostre voci concitate, vedevo la pistola nera nella mano aperta di George, l’attore emerse nuovamente dal buio per prendere ancora il microfono, vidi me stesso molti mesi prima che partivo da Buffalo per San Francisco con una vettura da consegnare, e le mie urla di gioia erano più forti del ruggito del vento che arrivava dai finestrini aperti, sono io, arrivo, eccomi… dov’era la musica per tutto questo? Perché non la cercavo nemmeno? Perché continuavo a fare quello che non sapevo fare, una musica di un altro tempo e di un’altra civiltà, la cui sicurezza e perfezione erano per me una posa, una menzogna, tanto quanto un tempo, o magari anche adesso, erano una verità per altri. Cosa dovevo cercare? (macinai il secondo movimento come una pianola meccanica). Qualcosa di libero e difficile. Pensai alle storie che raccontava Terence, al suo gioco con la pistola, agli esperimenti di Mary su se stessa, a me che in un attimo di vuoto tamburellavo sul dorso di un libro, la grande città frammentaria priva di un centro, priva di cittadini, una città che esisteva solo nella mente, un legame di mutamento o ristagno nelle vite individuali. Immagine e idea si scontravano nella mia ubriachezza e cadevano una sull’altra, la dissonanza piombava su una battuta dopo l’altra di quella implicita armonia e inesorabile logica.
Per l’attimo di un movimento alzai gli occhi dalla musica e guardai i miei amici stravaccati per terra. Poi la loro immagine brillò ancora un istante davanti a me sovrapposta al foglio di musica. Era possibile, addirittura probabile, che noi quattro non ci saremmo mai più rivisti, e rispetto a questa ovvia fugacità la mia musica era priva di senso con tutta la sua razionalità, insignificante con tutta la sua determinazione. Lasciala agli altri, ai professionisti che riescono a evocare i giorni perduti della sua verità. Per me non era nulla, adesso che sapevo cosa volevo. Questa aristocratica evasione... parole crociate con lo schema già riempito, non potevo suonarla più.
Mi interruppi durante l’Adagio e guardai gli altri.
(Ian McEwan, Psicopoli, in Fra le lenzuola)