Archivio per la categoria ‘“Del soave”’

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Narcisi a primavera

18/10/2010

Henry non pose questa domanda né a lei né a sé, non essendo introverso o particolarmente sensibile. Era il tipo che accettava una nuova vita e l’annesso narcisismo senza opinioni in un senso o nell’altro, le accettava come parte di uno stesso fatto. Il fatto, cioè, che sua madre era morta e dopo sei mesi la sua immagine era vaga come una debole stella.

(Ian McEwan, Travestimenti, in Primo amore, ultimi riti)

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Invecchiando. (Antico frammento epistolare)

30/05/2010

[...]

Magari prima era molto più premuroso e complessato. Amava una persona molto diversa, molto migliore, molto più profonda. Molto più problematica. Anni belli ma difficili, e se finisce? La prospettiva di tempi grami e duri.
Magari da allora ha creduto che quello di cui aveva bisogno era imparare a rilassarsi, imparare nelle nuove sue storie a prendere i problemi con più leggerezza (o forse secondo la massima della vita di coppia: “non farti troppi problemi”, che si legge “non farMI” troppi problemi). E a questo scopo c’è modo e modo, e alcuni non ci possono piacere, ma d’altronde.
Magari questa nuova donna, di cui pure mi hai riportato cattiverie dolorose, lo fa stare bene in modo equilibrato. Imparano qualcosa insieme.
[...]

La vita corretta, la vita onesta, non ha una sua evidenza o luminescenza particolare, così da essere intuitivamente riconoscibile. E altrettanto l’errore. A un giovane che conosco si è presentata molte volte l’apparente soluzione, la prospettiva, di imparare la libertà (e anzi la liberazione dalle troppe cure) attraverso una deresponsabilizzazione.
Un pensiero pessimo. Ma possibile.

[febbraio 2009]

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Di certo hai solo quello che farai

24/03/2010

E noi siamo sempre veloci a cambiare canale,
ma coi piedi piantati per terra, guardando la vita con aria distratta,
senza entrare nel campo magnetico della felicità.
Felicità che sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta,
quasi fosse anagramma perfetto di facilità,
barando su un’unica lettera…

(Francesco Guccini, “Ballando con una sconosciuta”)

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Rivelazioni rivoluzioni

24/02/2010

Lo guardò in maniera molto strana: Sai, George? Hai proprio preso l’abitudine di amare. Tu vuoi qualcosa da tenere fra le braccia, ecco tutto. Che cosa fai quando sei solo? Ti stringi a un cuscino? Quella frase, l’abitudine di amare, causò una rivoluzione in George, era ferito nel profondo del cuore.

(Doris Lessing, L’abitudine di amare)

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Vitiata quaestio

12/02/2010

Chiedere, sempre chiedere: abbiamo imparato le parole sbagliate, sui banchi di scuola. Avrebbero dovuto insegnarci queste: fare per avere” – e soprattutto – “fare per sapere”.

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I ricordi stagionali

08/02/2010

Come tre anni fa; dopo tre anni esatti, se vogliamo contare.

Le coincidenze sin dall’inizio: la cena da solo in “quel nascosto vecchio posto”. E al momento di uscire mi salta addosso il ricordo di tre anni fa. Ma non è solo il freddo a portarlo, forse che il freddo ha imparato ad entrare dalle pareti? È un disastro tutto interiore.

E di colpo è tutto come in quel momento, la bellezza selvaggia del lungarno (lo vedi, è tutto nella mia mente), spazioso, l’aria pulita, il grido libero.

Allora aveva senso perdere ore a conoscere qualcuno. La gioia di aprirsi mondi. Ora è perdere ore, ed è una truffa, lo so e non la voglio commettere.

allora… prima che l’amore iniziasse a strappare i capelli, anzi in verità proprio nel momento del suo battesimo, tant’è vero che oggi i capelli sono molti meno.

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Will to believe

31/01/2010

Siamo tutti religiosi

Vedi, my friend, noi diciamo di non avere fede, di non credere in niente, di essere atei. Putroppo non è vero. Certo non crediamo in Dio, in quel caso siamo rigorosi e fermi, non ci lasciamo trasportare dalle illusioni. Ma poi?

Poi viviamo, c’innamoriamo, speriamo. E a un certo punto del gioco capiamo che non c’è più niente da fare, che finirà in cenere e nostalgia, che la partita è truccata, il risultato segnato, che stanno barando sotto i nostri occhi. Eppure andiamo avanti, camminiamo verso il precipizio fingendo di fare jogging con l’iPod a tutto volume. Abbiamo una coppia di tris ma andiamo a vedere pensando che magari l’altro bluffava, ma sappiamo che no, ci siamo anche accorti di quando toglieva la carta dalla manica.

Ma come potremmo vivere senza questa illusione a cui diamo tutti i nomi più belli del dizionario, che cosa ci resterebbe: il sesso con le sconosciute, un’intervista a Cossiga, lo scudetto alla Sampdoria? No. Crediamo, sennò non ci sarebbe nemmeno l’aldiqua, sennò tutto quello che sappiamo sarebbe vero e dobbiamo illuderci di sbagliare, di aver esagerato, equivocato. Poi tutto succede esattamente come doveva: non c’è la vita eterna e anche questa sta dentro una parentesi sgualcita. Ce ne vuole di fede. Siamo mistici, altroché.

(Gabriele Romagnoli, Navi in bottiglia, 23 novembre 2009)

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La madre

09/09/2009

[...]

Meleagro: Noi cacciatori, Ermete, abbiamo un patto. Quando saliamo la montagna ci aiutiamo a vicenda – ciascuno ha in pugno la vita dell’altro, ma non si tradisce il compagno.

Ermete: O sciocco, non si tradisce che il compagno… Ma non è questo. Sempre la vostra vita è nel tizzone, e la madre vi ha strappati dal fuoco, e voi vivete mezzo riarsi. E la passione che vi finisce è ancora quella della madre. Che altro siete se non carne e sangue suoi?

Meleagro: Ermete, bisogna aver visto i suoi occhi. Bisogna averli visti dall’infanzia, e saputi familiari e sentiti fissi su ogni tuo passo e gesto, per giorni, per anni, e sapere che invecchiano, che muoiono, e soffrirci, farsene pena, temere di offenderli. Allora sì, è inaccettabile che fissino il fuoco vedendo il tizzone.

Ermete: Sai anche questo e ti stupisci, Meleagro? Ma che invecchino e muoiano vuol dire che tu intanto ti sei fatto uomo e sapendo di offenderli li vai cercando altrove vivi e veri. E se trovi questi occhi – si trovano sempre, Meleagro – chi li porta è di nuovo la madre. E tu allora non sai più con chi hai da fare e sei quasi contento, ma sta’ certo che loro – la vecchia e le giovani – sanno. E nessuno può sfuggire al destino che l’ha segnato dalla nascita col fuoco.

Meleagro: Qualche altro ha avuto il mio destino, Ermete?

Ermete: Tutti, Meleagro, tutti. Tutti attende una morte, per la passione di qualcuno. Nella carne e nel sangue di ognuno rugge la madre. Vero è che molti sono vili, più di te.

Meleagro: Non ero vile, Ermete.

Ermete: Ti parlo come a ombra, non come a mortale. Fin che l’uomo non sa, è coraggioso.

Meleagro: Non sono vile, se mi guardo intorno. So tante cose adesso. Ma non credo che anche lei – la giovane – sapesse quegli occhi.

Ermete: Non li sapeva. Era quegli occhi.

Meleagro: O Atalanta, io mi domando se anche tu sarai madre, e capace di guardare nel fuoco.

Ermete: Vedi se ti ricordi le parole che disse, la sera che scannaste il cinghiale.

Meleagro: Quella sera. La sera del patto. Non la dimentico, Ermete.
Atalanta era piena di furia perché avevo lasciato sfuggire la belva nella neve. Mi menò un colpo con la scure e mi prese alla spalla. Io da quel colpo mi sentii toccare appena, ma le urlai più furente di lei: “Ritorna a casa. Ritorna con le donne, Atalanta. Qui non è luogo da capricci di ragazze”. E la sera, quando il cinghiale fu morto, Atalanta camminò con me in mezzo ai compagni e mi diede la scure ch’era tornata a cercare da sola sul nevaio. Facemmo il patto, quella sera, che, andando a caccia, uno dei due sarebbe a turno stato disarmato, perché l’altro non fosse tentato dall’ira.

Ermete: E che cosa ti disse Atalanta?

Meleagro: Non l’ho scordato, Ermete. “O figlio di Altea” disse, “la pelle del cinghiale starà sul nostro letto di nozze. Sarà come il prezzo del tuo sangue – e del mio”. E sorrise, così per farsi perdonare.

Ermete: Nessun mortale, Meleagro, riesce a pensare sua madre ragazza. Ma non ti pare che chi dice queste cose sarà capace di guardare il fuoco? Anche la vecchia Altea ti uccise per un prezzo del sangue.

Meleagro: O Ermete, tutto ciò è il mio destino. Ma son pure esistiti mortali che vissero a sazietà senza che nessuno avesse in pugno i loro giorni…

Ermete: Tu ne conosci, Meleagro? Sarebbero dèi. Qualche vile è riuscito a nascondere il capo, ma anche lui portava sangue di madre, e allora l’odio, la passione, la furia son divampati nel suo cuore solo. In qualche sera della vita anche lui si è sentito riardere. Non tutti – è vero – siete morti di questo. Tutti, quando sapete, conducete una vita di morti. Credimi, Meleagro, tu hai avuto fortuna.

(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò: La madre)

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Speranze. (“Del soave”, 1)

27/04/2009

“Metti la speranza su un piatto della bilancia e un bello sputo sull’altro. Poi guarda cosa pesa di più. Lo sputo, naturalmente!” Così mi diceva mio padre, ripetendo un detto della sua Danimarca.

Liz Jensen, giornalista britannica, Internazionale, 27 febbraio 2009

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