Archivio per la categoria ‘Truth and Truthfulness’

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Du, lass dich nicht verbrauchen

15/02/2012

Du, lass dich nicht verhärten
in dieser harten Zeit.
Die allzu hart sind brechen,
die allzu spitz sind stechen
und brechen ab sogleich
und brechen ab sogleich.

Du, lass dich nicht verbittern
in dieser bittren Zeit.
Die Herrschenden erzittern
sitzt du erst hinter Gittern
doch nicht vor deinem Leid
doch nicht vor deinem Leid.

Du, lass dich nicht erschrecken
in dieser Schreckenszeit.
Das woll’n sie doch bezwecken
dass wir die Waffen strecken
schon vor dem großen Streit
schon vor dem großen Streit.

Du, lass dich nicht verbrauchen,
gebrauche deine Zeit.
Du kannst nicht untertauchen,
du brauchst uns und wir brauchen
grad deine Heiterkeit
grad deine Heiterkeit.

Wir woll’n es nicht verschweigen
in dieser Schweigezeit.
Das Grün bricht aus den Zweigen,
wir woll’n das allen zeigen,
dann wissen sie Bescheid
dann wissen sie Bescheid.

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Ah l’amour

28/02/2011

Il ragazzino ebbe un gesto di stizza: evidentemente la madre aveva disposto che lo si tenesse sotto chiave, come una bestia feroce. Cupi pensieri gli affiorarono alla mente.

«Adesso che cosa succede da basso, mentre io sono rinchiuso qui? Che cosa staranno tramando quei due? Magari proprio ora accade là sotto la Cosa Segreta; e così io non potrò essere presente? Ah, questo segreto che avverto sempre e ovunque, quando mi trovo in mezzo agli adulti, questo segreto davanti al quale loro sbarrano la porta di notte, che avvolgono in un parlottare sommesso, se per caso io entro, questo grande segreto che da giorni è a un passo da me, a portata di mano, e non si lascia afferrare!»

(S. Zweig, Bruciante segreto)

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Non capiva più la vita

24/02/2011

Rimase impietrito dalla rabbia. Per poco non raccattava un sasso e glielo tirava dietro. Dunque gli erano sfuggiti, ma con quale infame e abietta menzogna! Che sua madre mentisse, gli era noto dal giorno prima. Ma che potesse essere così spudorata da infrangere un’esplicita promessa, gli tolse ogni residuo di fiducia. Non riusciva più a capire la vita, da quando si era reso conto che le parole, dietro le quali pensava stesse la realtà, erano soltanto bolle di sapone iridescenti, sfere effimere che scoppiando svanivano nel nulla.

(S. Zweig, Bruciante segreto)

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Autocritica dell’autocritica

15/01/2011

Questo perché negli scritti dei migliori autori, antichi e moderni, usualmente si trova molto di vero e di buono – se si prescinde dalle durezze proferite contro altri – che meriterebbe di essere estratto e compendiato in pubbliche raccolte. Se gli uomini preferissero dedicarsi a questo, piuttosto che sprecare tempo in critiche che danno soddisfazione solamente alla loro vanità?

[...] occupandoci di svariate cose, abbiamo appreso a non disprezzare nulla.

(G. W. Leibniz, Specimen Dynamicum, §2)

Ben detto.
Alla luce di questo, cosa pensare di chi dedica le ore migliori a scrivere durezze autocritiche? Che soddisfazione ci troverà mai?

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De nobis ipsis silemus

02/12/2010

Arriva alla fine di una giornata piuttosto aspra, nella quale sento di avere infranto qualcosa e non mi è chiaro come.

Arriva a sera la scoperta peggiore, la confessione più grama: dover ammettere che la cultura, in blocco, si presta benissimo a fare da nascondiglio, da paravento di carta stampata, pesante, opaca. Si presta, ovviamente, a chi lo vuole. E chi lo vuole può nascondere la confusione per le domande chi sei – chi siamo, cos’hai fatto, qual è il tuo dono; può stipare distanze e silenzi.

Ammiro i silenzi… deteriora sequor.

Ora che sono un kantista, a quanto pare, lo faccio con Kant: funziona a meraviglia per dirottare la conversazione sul salottiero, l’aneddoto, il giochetto, uccidere il silenzio. A ripensarci mi nausea tutto il Kant che è uscito oggi dalla mia bocca. Ma quello che oggi fa Kant, per un lungo passato l’ha fatto “all of the music, movies and literature I horde”: la cultura senza eccezioni, nessuno innocente. Ha fornito un campo neutro, non esistenziale, per passare il tempo, in uno o in due. La cultura come narcotico (l’ha già detto un sapiente).

Idealmente per un po’ vorrei non parlare più di Kant.

Ed invece è proprio lui, beffardo, è proprio lui quello che dalla prima pagina della Critica manda il suo saluto: “De nobis ipsis silemus”.

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Ercole al trivio

22/06/2010

Rieccoci qui! Al ripresentarsi del doloroso dilemma tra disciplina ed empatia, bisogno di rigore e dovere di tolleranza. Tra un infuocato vitam impendere vero ed un pragmatico verum impendere vitae.

Ad alleviare la sofferta decisione tra le due vie, arriva la certezza che non avremo coerenza sufficiente per seguirne una per più di una settimana.

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“È morto un ateo…”

18/06/2010

“Ciechi. L’apprendista pensò: “siamo ciechi”, e si sedette a scrivere Cecità per ricordare, a chi si trovasse a leggerlo, che pervertiamo la ragione quando umiliamo la vita, che la dignità dell’essere umano è insultata ogni giorno dai potenti del nostro mondo, che la menzogna universale ha preso il posto delle verità molteplici, che l’uomo ha smesso di rispettare se stesso quando ha perso il rispetto che doveva al suo simile. Poi l’apprendista, come se tentasse di esorcizzare i mostri generati dalla cecità della ragione, si mise a scrivere la più semplice di tutte le storie: una persona che va alla ricerca di un’altra persona, solo perché ha compreso che la vita non ha nessun’altra cosa più importante da chiedere a un essere umano. Il libro si chiama Tutti i nomi. Non scritti, tutti i nostri nomi stanno là dentro. I nomi dei vivi e i nomi dei morti.”

José Saramago, “uomo e intellettuale di nessuna ammissione metafisica” (secondo i ciechi che almeno in questo hanno visto bene), 1922-2010.

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La filosofia, negli occhi di un innamorato

03/05/2010

Non ha dunque diritto la filosofia di limitarsi dentro altri confini, non deve nemmeno temere di innalzarsi nelle regioni più elevate e di soffocare in quell’aria pura, eterea, giacché essa acquista sempre una costituzione adeguata alla regione. Shaftesbury irride giustamente quel vano timore:

Anche voi sapete che nella filosofia accademica, che sto per presentarvi, è diffuso un certo modo di disputare e dubitare che è del tutto inadeguato al genio del nostro tempo. Gli uomini amano prender partito immediatamente. Non sopportano di essere tenuti in sospeso, l’indagine li tormenta, vogliono farne a meno, ridursi ai termini più facili. È come se gli uomini si vedessero sul punto di annegare ogni volta che provano ad affidarsi alla corrente della Ragione. Par loro di esser trascinati via, senza sapere dove, e sono pronti ad afferrarsi al primo ramoscello; e a quello decidono in seguito di restare appesi, per quanto malsicuri, piuttosto che affidarsi alle proprie forze e sostenersi sull’acqua. Quegli che s’è aggrappato ad un’ipotesi, anche la più tenue, si reputa soddisfatto. Da quel momento può rispondere ad ogni obiezione, e con pochi termini tecnici rendere ragione di ogni cosa con agio. (Characteristicks, v. 2, p. 124)

Salomon Maimon, Versuch über die Transzendental-Philosophie, 1790.

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Fatto/valore, fare/valere

20/02/2010

For the Platonic spirit [...] the aim is ultimate truth or rationality, and the powers that could lead us to it merely need to be protected from interference by persuasion. The present picture is rather of a world where everything is, if you like, persuasion, and the aim is to encourage some forms of it rather than others. [...]
It is not, as is often suggested by those of a Platonic disposition, a picture that is a product of despair, a mere second-best for a world in which the criteria of true objectivity and ethical truth-seeking have proved hard to find. To recognise how we are placed in this respect is, if anything, an affirmation of strength. To suppose that the values of truthfulness, reasonableness, and other such things that we prize or suppose ourselves to prize, are simply revealed to us or given to us by our nature, is not only a philosophical superstition, but a kind of weakness. If that is the best we can say for them, we probably don’t deserve them anyway.

(Bernard Williams, Saint-Just’s Illusion)

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Il metodo per domare i cavalli a dondolo

16/02/2010

To think about [the ethical issue of objectivity] is also to think about a lot more than philosophy. It is to try to think seriously about a decent life in the modern world, and it is a platitude to say that it needs more than philosophy to do that.
[...] But then, with professional ease and some self-congratulation, philosophers may draw [the conclusion] that teaching philosophy to people must also help them to do that. Perhaps that is true, too. But before we take comfort from it, we should get clear that a good deal of what is called teaching philosophy is nothing of the sort.
The word ‘philosophy’ occurs in the title of the activity only, so to speak, adverbially; what is being taught are the capacities to analyse issues, sort out one’s terms, write clearly, and expound efficiently in a short time something one does not understand very well. Philosophy is a suitable vehicle through which to teach these useful skills, since it is intellectually complex, encourages analytical talent, and when suitably presented is not very threatening.

(Bernard Williams, Saint-Just’s Illusion)

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